Palazzo Ducale di Sassari

Nella sua imponenza, che certamente stupiva ancora di più nel 1805, appena ultimato, Palazzo Ducale è un edificio che sfugge a qualsiasi definizione, perché in realtà, andando oltre l’aspetto puramente formale, ne ricomprende molte. È  stato concepito come luogo di residenza del potere, ovvero la dimora del Duca dell’Asinara don Antonio Manca Amat, e come tale – per alterne vicende – si è mantenuto fino ad oggi, ospitando la sede municipale di Sassari.

Ma sia chi ha fortemente voluto un palazzo adeguato al proprio rango, anche sotto l’aspetto culturale e sociale, sia chi oggi amministra la città dalle medesime stanze, hanno fatto e stanno facendo in modo che alla funzione di “rappresentanza”, pur perfettamente svolta, si affianchi quella di polo culturale, artistico ed etno-antropologico di grande importanza.

Già di per sé gode di un notevole valore intrinseco, in quanto opera architettonica realizzata allo stato dell’arte del tempo, a cavallo fra XVIII e XIX secolo, un canonico esempio di “barocchetto piemontese”, stile nato dalla reductio della ridondanza decorativa tardo-barocca – altrove sfociata nel Rococò – ad un elegante “ornato”, ben in linea con la sobrietà della corte sabauda.

Dal punto di vista strettamente architettonico, risultano di particolare valore la facciata, lo scalone centrale a tenaglia e il sontuoso salone dei ricevimenti. Ma Palazzo Ducale è anche un contenitore di opere d’arte, di arredi e suppellettili che hanno riempito le sale di rappresentanza, le stanze private e gli ambienti di servizio sin dai primi anni dell’Ottocento, di manufatti scaturiti dalla tradizione artigianale locale e di documenti di notevole valore storico.

Oltre ai busti marmorei collocati in diversi punti dell’edificio, agli stemmi ed alle lapidi, spiccano due pregevoli dipinti anonimi del XVII secolo, raffiguranti San Gavino e l’ Arrivo a Sassari della Madonna di Betlem, ma soprattutto una galleria interamente decorata con la difficile tecnica “a guazzo”, che a sua volta ospita diverse riproduzioni di ritratti dipinti da maestri italiani.

È, in altri termini, una testimonianza “vivente” della storia, della cultura e delle tradizioni di Sassari e del suo territorio dal XVIII secolo ad oggi, che gli spazi museali elegantemente ricavati in alcune sale del palazzo consentono agevolmente di conoscere ed apprezzare. Particolarmente suggestivo risulta l’allestimento espositivo delle Cantine del Duca, che risultano “sorvolabili” grazie ad una inaspettata passerella sospesa. 

Ma è possibile persino fare un salto ancora più a ritroso nel tempo, addentrandosi nei sotterranei dell’edificio, dove le indagini stratigrafiche condotte sul finire del secolo scorso hanno consentito di individuare alcuni ambienti di servizio attribuibili al palazzo ancora esistente sul finire del ‘500, poi demolito o parzialmente integrato nell’attuale. Altri reperti rimandano addirittura a diversi edifici preesistenti nell’area del “nuovo” palazzo, fatto che documenta il forte impatto che la sua costruzione ha generato sull’assetto urbanistico di Sassari.

Molto interessante, infine, l’edificio autonomo adibito a “Carrozzeria”, rimessa delle numerose carrozze che risultavano nella disponibilità del Duca, come si evince dai documenti e dagli inventari storici custoditi presso il palazzo.

Il Territorio
Sassari

Non si può arrivare a Sassari senza avere grandi aspettative, senza l’intima convinzione di trovarsi sul punto di immergersi in un habitat culturale di spessore plurimillenario, sviluppatosi nel meraviglioso contesto naturalistico che accomuna l’ultima capitale del medievale Giudicato di Torres al resto della Sardegna.

Strati e strati di storia, di cultura e di bellezza assoluta, che non si sono sovrapposti meccanicamente per un naturale e “coprente” processo di sedimentazione, ma che hanno visto sempre il nuovo impegnato a riportare alla luce l’antico, traendone solidità e legittimando una propria valenza identitaria.

Il complesso nuragico di Monte d’Accoddi ne è la prima testimonianza; un sito unico in tutto il bacino del Mediterraneo, di cui ancora oggi sono percepibili i tratti materici di una storia lunga molti millenni, che una superficiale quanto appiattita percezione dello scorrere del tempo relega al concetto insensato di “preistoria”. Una traiettoria infinita, che ha visto confluire in quest’area, da sempre ammantata di sacralità, i riti e le cerimonie religiose funzionali al congiungimento della vita alla morte e, di nuovo, alla vita, in un susseguirsi spaziale e temporale di forme di pietra, che partecipano della scultura come dell’architettura.

Ma Sassari è piena di situazioni simili a questa, anzi, si può dire che ne siano la parte strutturante. La sua Cattedrale, il Duomo di San Nicola, è un organismo complesso, articolato in tanti elementi architettonici e decorativi, scaturiti da un cantiere che non si è praticamente mai arrestato sin dal Medioevo; pur risultando chiaramente distinguibili per i canoni stilistici e le tecniche costruttive che le hanno prodotte, tanto da risultare “credibili” anche considerandole isolate dal contesto, la facciata, le volte, la torre campanaria, le cappelle, tutte concorrono a restituire un’immagine sorprendentemente unitaria della chiesa, che stupisce per eleganza ad armonia.

Le stesse considerazioni valgono per altri “luoghi” di Sassari, spazi aperti che trasformandosi nel tempo hanno accumulato una tale energia identitaria da apparire, invece, perfettamente “finiti”. È il caso di Piazza d’Italia, spazio urbano creato per suscitare l’ammirazione dei forestieri e la riverente gratitudine della cittadinanza, tanto maestoso nelle dimensioni e nella formale rappresentatività delle quinte che lo delimitano, quanto intimo e confidenziale nella quotidianità che ne ha fatto il salotto dei sassaresi, il luogo dell’incontro e della socializzazione.

E qui si introduce l’altro elemento che chiarisce la cifra culturale con cui ci si trova a confrontasi a Sassari, cioè la capacità dei suoi abitanti di riappropriarsi di spazi ed edifici che l’oblio o l’establishment hanno tentato, invano, di sottrarre, reinventandone le funzioni ed adattandone le forme al “senso dei luoghi”. Così è accaduto per il Parco di Monserrato,  lussureggiante giardino periurbano, arricchito da romantiche architetture neogotiche e divertenti giochi d’acqua, che dal secondo dopoguerra, per quasi sessant’anni, è stato lasciato a sprofondare nella trascuratezza e nell’abbandono; un processo di rimozione culturale che il senso di appartenenza dei Sassaresi ha finalmente sovvertito, favorendo l’intervento di restauro conservativo che ha riportato il Parco all'antico splendore, restituendolo in massima parte alla cittadinanza.

Ma anche un altro simbolo della città, il Palazzo Ducale, ha il proprio vissuto di rimozioni, rinunce, ricostruzioni, riscoperte e riappropriazioni. Per edificarlo nelle forme attuali, splendide, nel XVIII secolo era stato completamente stravolto il tessuto urbano preesistente, cancellandolo completamente o inglobandolo nella nuova struttura. Oggi, da Palazzo di Città, apre al pubblico le sale più prestigiose, dove si possono ammirare importanti collezioni di opere d’arte, arredi e suppellettili, manufatti scaturiti dalla tradizione artigianale locale e documenti di notevole valore storico. Inoltre, le cantine e gli ambienti di servizio al piano terra hanno restituito importanti tracce degli edifici preesistenti, occultati dalla nuova fabbrica, ma adesso nuovamente apprezzabili grazie al suggestivo allestimento espositivo, fruibile mediante una passerella sospesa, denominato Le Cantine del Duca.

Non c’è, invece, soluzione di continuità, perlomeno nel sentimento popolare, per i due eventi che rappresentano i più autentici momenti di condivisione e manifestazione di un comune senso d’appartenenza dei sassaresi e di apertura, al tempo stesso, della città verso il mondo: la Cavalcata Sarda e la Faradda di li Candareri (la Discesa dei Candelieri).

La prima è un folgorante caleidoscopio di colori, tessuti, musiche e danze, di volti e di voci provenienti da ogni angolo della Sardegna, che danno vita ad una festa laica capace di ammaliare e rapire gli spettatori, storditi dal frastuono turbinante prodotto dagli zoccoli dei cavalli e dalle cadenze ossessive dei riti arcaici, riproposti da Compinodori e Sartiglianti, Mamuthones e Issohadores, Boes e Merdules. A distanza di oltre un secolo dalla prima edizione “moderna”, tenutasi nel 1899 per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza d’Italia, alla presenza dei Reali di Casa Savoia, la Cavalcata Sarda conserva tuttora il fascino di un evento che unisce la forza dirompente dei cavalli al galoppo, all’orgoglio di tutte le genti sarde nel mostrare la ricchezza e la solidità delle proprie tradizioni.

In occasione della Faradda di li Candareri, ogni anno il 14 di agosto, si raggiunge  invece il culmine del sentimento religioso e della devozione popolare dei sassaresi. Non a caso, quando i rappresentanti delle antiche corporazioni dei mestieri di Sassari, i Gremi, portano in processione i grandi candelieri votivi in legno da Piazza Castello fino alla suggestiva Chiesa di Santa Maria di Betlem, riempiendo di luci e animando con suoni e spericolate evoluzioni le vie del centro storico, a Sassari è Festha Manna (Festa Grande). E lo è per tutti, sassaresi e forestieri, completamente assorbiti in un processo di comunicazione, conoscenza e condivisione che induce, infine, alla commozione.

(Continua)