Bagheria

Bagheria è un toponimo che evoca il mare e il vento; dipende solo dalla radice linguistica che si sceglie di attribuirle. Non fa differenza. Punica – bayharia –  o araba – baḥriyya, o bāb al-gerib – che ne sia l’origine, le forze misteriose della natura sono fattori imprescindibili della storia di Bagheria, come della sua quotidianità, dominata dal sole e dalla luce.

Non è stata altro che un “nome” fino al XV secolo, quando nell’area conosciuta come Foresta della Bacaria venne eretta qualche torre di guardia, contro le prime incursioni piratesche. In seguito, al riparo di queste torri, sorsero alcune masserie dedite all'allevamento del bestiame ed all'agricoltura. I presupposti per far sì che Bagheria cominciasse a indicare un piccolo insediamento, si sono manifestati solo a metà del XVII secolo, quando il principe Giuseppe Branciforti completò la trasformazione di un’antica masseria in quella che è l’attuale Villa Butera-Branciforti, detta ‘U Palazzu. Le umili abitazioni, sorte spontaneamente per ospitare i servitori e i coloni del principe, definirono progressivamente una prima struttura urbana, da cui poi hanno tratto origine le direttrici dello sviluppo urbanistico di Bagheria.

Nata, si può dire, da una villa, Bagheria in questa tipologia di edificio – nel tempo riproposta più volte e nelle forme più varie – ha trovato una sorta di simbolo, di marchio distintivo che l’ha caratterizzata come luogo eletto di svago e relax per l’aristocrazia palermitana. Questo processo accomuna Bagheria a molte altre località bagnate dal Mediterraneo, anzi, in molte di queste la “vocazione ricreativa” è stata colta molti secoli prima, basti pensare agli insediamenti della Roma imperiale lungo la costa campana. Ma qui è  intervenuta una variante che rende tuttora unico il panorama di ville e dimore aristocratiche edificate a Bagheria: l’alchimia.

Le soluzioni stilistiche e le scelte formali degli architetti, ispirati dagli aristocratici committenti, probabilmente desiderosi di dare vita a una enclave arcadica, lontana da occhi indiscreti ed inquisitori, dove poter praticare le arti liberali e dedicarsi alla filosofia alchemica, in molte ville di Bagheria hanno avuto esiti talmente strabilianti da farle sembrare realmente il frutto di misteriosi esperimenti condotti nel laboratorio di un alchimista. Episodi come Villa Valguarnera e Villa Palagonia, in particolare, svolgono nel contesto di Bagheria un ruolo quasi didascalico, rappresentandone l’unicità e spiegandone al contempo l’irripetibilità in un improbabile “altrove”.

Ma a Bagheria esistono anche architetture più rassicuranti, e meno inclini ad interpretazioni esoteriche, anche fra le stesse ville. Villa Cattolica, ad esempio, è praticamente priva del complesso apparato decorativo della coeva Villa Palagonia, e l’unica eccezione alla sua lineare sobrietà appare all’interno, dove un intero piano adibito a Museo accoglie diversi capolavori donati a Bagheria da Renato Guttuso.

Ci sono le chiese, infine, in particolare quelle dedicate alla Natività di Maria, a Sant’Antonio, al Santo Sepolcro, alle Anime Sante: quattro splendide manifestazioni di un’architettura che è prima di tutto siciliana, e che solo dopo viene declinata in forme tardo-barocche, neoclassiche o finanche neogotiche. Commissionate in ossequio a forme di devozione fortemente sentite da tutta la popolazione, sono state erette anche con il malcelato intento di “rassicurare” tutti, dagli aristocratici ai mendicanti, con la visione di edifici capaci di rappresentare degnamente e solidamente la Vera Fede, al confronto con le demoniache bizzarrie presenti in molte delle dimore principesche di Bagheria.