Villa Palagonia

Questo è il regno della magia, il laboratorio dove l’architetto alchimista ha goduto della più ampia e incontrollata libertà di sperimentare l’effetto che si poteva ottenere facendo cadere alcune gocce di follia sulla calda e ruvida Pietra d’Aspra. Forse si è lasciato prendere la mano, forse si è lasciato trascinare nel vortice di mistero, passione, tormento, causato da quelle prime gocce, e ne ha versato dell’altra che ha bagnato i legni per gli arredi, le vetrate, gli stucchi, le piante, ogni cosa, insomma.

Una personalità immensa, talmente solida nei sui riferimenti culturali da riuscire ad essere attratto, assorbire e rielaborare anche quanto di più lontano da questi, denunciò immediatamente la sofferenza quasi fisica provata al cospetto di tanta disarmonica bizzarria, accentuata dal fatto che il tutto risultava dispiegato in un contesto spaziale, per contrasto, perfettamente simmetrico.

Ma costui si chiamava Ghoete. La sua censura di quanto gli occhi avevano colto a Villa Palagonia, immediata e assoluta nel resoconto del suo Viaggio in Italia, si trasformò tempo dopo in un lascito immortale alla Cultura moderna, quando per rappresentare il senso di “terrore attraente” che impregna la scena della Notte di Valpurga, nel Faust, coniò il termine – icastico quanto “autobiografico” – di palagonico.

A Villa Palagonia, comunque, un attimo prima dell’alchimia viene l’architettura; specchio formale e stilistico del suo tempo, spazi e corpi di fabbrica perfettamente simmetrici danno vita a un rassemblement armonico che esalta per contrasto le forme bizzarre ad esso sovrapposte.

Il sontuoso viale d’accesso, disposto sull’asse baricentrico dell’intero organismo architettonico, i varchi voltati a tutto sesto sovrastati da ampie vetrate, la doppia rampa dello scalone d’onore, i vestiboli affrescati del piano nobile, la splendida Sala degli Specchi, ricca di marmi, affreschi e vetrate colorate, la cappella di famiglia dei Gravina, principi di Palagonia, sono tutti elementi che testimoniano il gusto artistico e la cifra culturale presenti in Sicilia, e particolarmente nel palermitano, nella prima metà del XVIII secolo.

Il Territorio
Bagheria

Bagheria è un toponimo che evoca il mare e il vento; dipende solo dalla radice linguistica che si sceglie di attribuirle. Non fa differenza. Punica – bayharia –  o araba – baḥriyya, o bāb al-gerib – che ne sia l’origine, le forze misteriose della natura sono fattori imprescindibili della storia di Bagheria, come della sua quotidianità, dominata dal sole e dalla luce.

Non è stata altro che un “nome” fino al XV secolo, quando nell’area conosciuta come Foresta della Bacaria venne eretta qualche torre di guardia, contro le prime incursioni piratesche. In seguito, al riparo di queste torri, sorsero alcune masserie dedite all'allevamento del bestiame ed all'agricoltura. I presupposti per far sì che Bagheria cominciasse a indicare un piccolo insediamento, si sono manifestati solo a metà del XVII secolo, quando il principe Giuseppe Branciforti completò la trasformazione di un’antica masseria in quella che è l’attuale Villa Butera-Branciforti, detta ‘U Palazzu. Le umili abitazioni, sorte spontaneamente per ospitare i servitori e i coloni del principe, definirono progressivamente una prima struttura urbana, da cui poi hanno tratto origine le direttrici dello sviluppo urbanistico di Bagheria.

Nata, si può dire, da una villa, Bagheria in questa tipologia di edificio – nel tempo riproposta più volte e nelle forme più varie – ha trovato una sorta di simbolo, di marchio distintivo che l’ha caratterizzata come luogo eletto di svago e relax per l’aristocrazia palermitana. Questo processo accomuna Bagheria a molte altre località bagnate dal Mediterraneo, anzi, in molte di queste la “vocazione ricreativa” è stata colta molti secoli prima, basti pensare agli insediamenti della Roma imperiale lungo la costa campana. Ma qui è  intervenuta una variante che rende tuttora unico il panorama di ville e dimore aristocratiche edificate a Bagheria: l’alchimia.

Le soluzioni stilistiche e le scelte formali degli architetti, ispirati dagli aristocratici committenti, probabilmente desiderosi di dare vita a una enclave arcadica, lontana da occhi indiscreti ed inquisitori, dove poter praticare le arti liberali e dedicarsi alla filosofia alchemica, in molte ville di Bagheria hanno avuto esiti talmente strabilianti da farle sembrare realmente il frutto di misteriosi esperimenti condotti nel laboratorio di un alchimista. Episodi come Villa Valguarnera e Villa Palagonia, in particolare, svolgono nel contesto di Bagheria un ruolo quasi didascalico, rappresentandone l’unicità e spiegandone al contempo l’irripetibilità in un improbabile “altrove”.

Ma a Bagheria esistono anche architetture più rassicuranti, e meno inclini ad interpretazioni esoteriche, anche fra le stesse ville. Villa Cattolica, ad esempio, è praticamente priva del complesso apparato decorativo della coeva Villa Palagonia, e l’unica eccezione alla sua lineare sobrietà appare all’interno, dove un intero piano adibito a Museo accoglie diversi capolavori donati a Bagheria da Renato Guttuso.

Ci sono le chiese, infine, in particolare quelle dedicate alla Natività di Maria, a Sant’Antonio, al Santo Sepolcro, alle Anime Sante: quattro splendide manifestazioni di un’architettura che è prima di tutto siciliana, e che solo dopo viene declinata in forme tardo-barocche, neoclassiche o finanche neogotiche. Commissionate in ossequio a forme di devozione fortemente sentite da tutta la popolazione, sono state erette anche con il malcelato intento di “rassicurare” tutti, dagli aristocratici ai mendicanti, con la visione di edifici capaci di rappresentare degnamente e solidamente la Vera Fede, al confronto con le demoniache bizzarrie presenti in molte delle dimore principesche di Bagheria.

(Continua)